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CAVESE DALLA FESTA AL DRAMMA
In ricordo di Catello Mari

di Gianluca Monti


La tragedia è tale perché quando si consuma non ti avverte, arriva e basta. Domenica mattina ero in vacanza, come tanti italiani nel periodo di Pasqua: una telefonata, erano le 10.30, da parte di un collega: “Gianluca, auguri”. Rispondo: “Gigi, ce li siamo dati ieri” e lui d’incontro: “Sì, ma devo dirti una cosa…”. Il calcio è un mondo che in molti definiscono “sporco”, il calcio campano, per tanti benpensanti, lo è ancora di più. A me, personalmente, piace, piace tantissimo nonostante le sue mille contraddizioni. Il calcio campano è un enorme “carrozzone”, nel quale c’è di tutto: dal truffatore, all’avvocato, dal ”mestierante” al professionista, dal procuratore al faccendiere, dal direttore sportivo al “consulente di mercato”, dal giornalista…al giornalaio. Tutti ci si barcamena per sbarcare il lunario, tutti apparteniamo però ad unico ceppo quello dei “calciofili”. Questa premessa serve per spiegare perché la morte, tragica, di Catello Mari ha toccato noi più di altri. E’ morto uno di noi, di noi che vediamo crescere tanti ragazzi pensando, sperando, illudendoci, che possano diventare calciatori. Di noi che viviamo di pane e pallone, di noi che in questo ambiente ci si conosce tutti e di tutti si conoscono pregi e difetti. Catello era uno di noi, era però soprattutto uno che a differenza di tanti altri ce l’aveva fatta. Ce l’aveva fatta ad uscire dal microcosmo del calcio regionale, ce l’aveva fatta ad imporsi all’attenzione del pallone nazionale, ce l’aveva fatta, solo poche ore prima di quel tragico schianto, ad essere splendido protagonista della splendida promozione della Cavese in serie C-1. Da quella telefonata di domenica mattina , il dramma è stato tale anche per me, non solo per me. L’ho capito dalle decine di telefonate che successivamente ho ricevuto da altri “calciofili” come il sottoscritto. “Direttore auguri, ma hai saputo…”, “Mister buona Pasqua, ti hanno già detto…” e poi calciatori, massaggiatori, magazzinieri: tutti conoscevano Catello Mari, tutti avevano un aneddoto da raccontare che in qualche modo li legava a lui. Perché il calcio è anche, soprattutto, una grande famiglia. La stessa che si è stretta intorno alla madre, al padre ed al fratello di Catello nello struggente funerale di lunedì.
Personalmente, avevo un rapporto meramente professionale con Catello, come mi capita con tanti calciatori: il saluto di rito, i complimenti per una bella prestazione, i voti del giorno dopo: lui sapeva chi è che li scriveva, li leggeva con occhio più o meno interessato e poi ci si rivedeva qualche domenica dopo su un altro campo…altro giro, altra corsa. L’ultima l’aveva fatta sotto la curva dei tifosi metelliani per festeggiare la tanto attesa promozione in C-1. Lui, nativo di Castellammare di Stabia, gioiva con quelli che per tradizione sarebbero dovuti essere dei rivali ed invece lo avevano adottato come un figlio, consci del suo straordinario valore di uomo e di calciatore. Catello Mari era uno di loro, uno di noi, uno di voi che leggete queste righe perché se lo state facendo fate parte anche voi di questo “sporco” mondo del calcio, campano e non, che poi tanto sporco non è perché in momenti come questi è capace di stringersi intorno allo stesso feretro anche se le bandiere che la domenica sventoli hanno colori diversi. C’erano tutti vicino a quella bara: presidenti, direttori, allenatori, massaggiatori, magazzinieri, giornalisti, compagni, amici e semplici tifosi…da domenica mattina la nostra grande famiglia ha un fratello in meno, ciao Catello!

La foto è tratta da www.cavese.it


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