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di Dario De Simone
Di mani addosso non voglio parlare. Ma forse le metterò. Il rischio è forte, molto forte, ogni settimana è più concreto. E il giro di boa, la fine del girone d'andata, sembra una buona occasione per dire ciò che è sullo stomaco mio e di altri. E' una vergogna quello che a Napoli accade da quasi tre anni, è una vergogna dover ascoltare quotidianamente certe critiche che vengono da certe platee, che vengono da gente semisconosciuta che qualcuno trasforma in personaggi. Gente che a Castelvolturno non si è vista mai, gente che un allenamento del Napoli non l'ha visto mai. E' comodo nascondersi dietro uno schermo oppure in uno studio radiofonico, oppure ancora dietro un telefono. Molto comodo. I pochi che invece hanno affrontato l'interlocutore (Edy Reja) faccia a faccia sono stati verbalmente bastonati. Ridicolizzati e umiliati da chi sta in panchina da 30 anni e può insegnare a tutti noi. Che tristezza assistere a certe scene, a certi scienziati del calcio che s'inventano supertecnici, a certi soggetti venuti da fuori che criticano, contestano, discutono e poi neanche sanno come il Napoli sta in campo. Ben altra cosa è la critica legittima, corretta, fondata su elementi di fatto, che però purtroppo finisce sistematicamente in minoranza. Ma in minoranza stanno finendo anche i critici, a testimonianza di quanto abbia fatto bene quel biennio in serie C. In realtà, è opportuno fare una premessa: queste pagine sono le pagine riempite da chi, tre anni fa, fu definito sciacallo, amico degli sciacalli, scandaloso, da chi fu ripetutamente insultato e offeso (Le lettere dell'estate 2004) solo per aver lanciato l'allarme Gaucci, per aver detto no a quell'ipotesi, per aver voluto il fallimento del Napoli e la tabula rasa. Facile sarebbe prendersi meriti, facile sarebbe dire di aver avuto ragione, facile sarebbe sostenere che quegli scribani estivi hanno sprecato parole invece di limitarsi a leggere e a farsi guidare da chi ha sempre saputo le cose, da chi sa ciò che scrive. Ciò serve da premessa per raccontare un'altra storia. Quei due anni di serie C hanno fatto maturare tanta gente, quelli che oggi - e sono la maggioranza - apprezzano l'operato di Edy Reja. Non siamo qui per fare o per citare sondaggi: con il tecnico ci sono le persone normali, quelli che guardano e non urlano, quelli che pensano e non sbraitano, quelli che ritengono che criticare sempre non sia un segno di conoscenza del calcio, ma di debolezza.Io sto con Reja. E non solo perché ne apprezzo l'aspetto umano, non solo per l'essersi fermato a parlare del Modena di Malesani quel giorno dopo la vittoria strepitosa sulla Juventus, non per queste cose che mi dimostrano quanto sia innamorato del calcio. Sto con Reja allo stesso modo in cui sto con tutte le persone perbene, con tutte le persone competenti, con tutte le persone che non si fanno influenzare dagli influssi negativi di quest'ambiente napoletano, sto con chi sa prendere decisioni impopolari perché è convinto che siano giuste, sto con chi sa andare contro chi urla, sto con chi lavora tutti i giorni sul campo perché è convinto che così si ottengono i risultati, sto con chi lavora coi mezzi che ha senza andare in tv a chiedere calciatori a suon di milioni, sto con chi ha aspettato i 60 anni per avere una grande panchina, sto con chi ha visto i campi di provincia, sto con chi ha saputo salvare il Cosenza allo spareggio del 1991, sto con chi ha saputo fare calcio spettacolo a Vicenza sfruttando le doti dei suoi grandi giocatori, sto con chi ha saputo fare di necessità virtù, sto con chi ha avuto il coraggio di accantonare certi giocatori costosi che non servivano in un preciso momento, sto con chi certamente qualche errore può aver commesso, sto con chi di veri errori ne ha commessi (e ammessi) talmente pochi che possono essere contati sulle dita di una mano. Di solito non sto mai con chi vince sempre, ma per Edy Reja faccio un'eccezione. E sto con lui anche per questo.
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